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Il lettore che non sa che genere di libro è “Resistere non serve a niente” e che non ha letto nulla di Walter Siti ad esclusione di alcuni interventi sui giornali, ignora a quale tipo di narrazione va incontro al momento in cui, in una sorta di Prologo che apre il libro, si alternano incontri con extracomunitari di etnia yoruba e alcune svelte scene di un party in un palazzo d’epoca al centro di Roma tra producer televisivi, banchieri, nobildonne, starlet, tutti sorpresi in dialoghi vaporosi e anche assistiti da una certa intelligenza «spruzzata come un profumo che non deve essere troppo sfacciato, sempre in bilico tra la sciocchezza recitata e il conformismo controcorrente».
Ecco, ci diciamo, ecco il grande romanzo sulla Rai che da decenni aspettiamo. Non la Rai intesa come medium di massa, il luogo (tele)visivo in cui si consuma lo scambio simbolico e linguistico della nostra epoca, ma proprio la Rai azienda (quella in cui gli accenti strascicati che vi pullulano ti inducono a credere di stare a guardare una grande “Teleroma 56”), e tuttavia centro immenso di potere di tutte le Repubbliche italiane, luogo in cui le esistenze si scambiano in un vortice di interessi, denaro, sesso, politica, familismo, raccomandazione; la Rai specchio del Paese, in cui un romanziere alla Balzac si tufferebbe come in una piscina in villa proprio come Gassman nell’ultima scena del film indimenticabile “C’eravamo tanto amati”. E invece no, era solo un depistaggio narrativo per introdurre i personaggi portanti del romanzo: il bankster (crasi fra banker e gangster) Tommaso Aricò e Gabry, che non saprei definire altrimenti che come modella, starlet, o forse olgettina, come propriamente la chiama Siti ad un certo punto
Inoltre, la narrazione che in esordio si svolge in prima persona (non l’io fittizio dei romanzi, ma proprio l’io Walter Siti) fa supporre una specie di autofiction verso cui sono profondamente avverso, e non perché non esista una nobile tradizione narrativa in cui il focus si irraggia dal punto di vista dell’io che si autonomina e autonarra nel racconto, quanto perché, da lettore tradizionalista e un tantino conservatore, prediligo la narrazione onnisciente, quella del demiurgo narratore che parla da fuori con la voce da Padreterno, che sa tutto dei suoi personaggi e che tutto spiega, e che si installa nella narrazione come il deus absconditus di Spinoza, invisibile ma presente dappertutto.
E infatti Siti, quasi presago del mio bisbetismo di lettore, con un procedimento narrativo palese (nel senso che il lettore ne è avvisato) decide di inabissarsi nella narrazione e di assumere la voce del narratore onnisciente, attraverso uno stratagemma singolare e “romanzesco”: il bankster Tommaso Aricò commissiona a Walter Siti (che da autore ridiventa personaggio del romanzo) la storia della sua vita, fornendogli appunti e pezze d’appoggio. In cambio Tommaso rileverà l’appartamento sotto sfratto di Walter e glielo cederà in comodato gratuito. – Serve a qualcosa la letteratura nella vita! – Nel corso della narrazione, l’espediente redazionale di scrivere un romanzo su commissione consente momenti di grande inventiva e godibilità lato lettore, quando accade che l’autore chiacchiera dei misteri della finanza e del sesso con il suo protagonista (fondendo nei fatti l’autofiction e il narratore onnisciente), protagonista che reclama, come un personaggio pirandelliano, le sue istanze di personaggio in cerca di autore. (“Devi dirmelo tu chi sono” gli dice Aricò). Ma, attenzione, quando l’autore fa capolino nella narrazione non si pensi a una trovata da avanspettacolo, ma a Sterne.
Subito dopo inizia una narrazione fenomenale e iridescente sia dal punto di vista stilistico che da quello del contenuto. Walter Siti tenta nientemeno che il grande affresco sulla finanza nel mondo globale! Il romanzo sulla finanza che non abbiamo mai avuto in Italia e di cui all’estero ricordo solo (per i miei ovvi limiti di lettore) il formidabile “L’Argent” (“Il denaro”) di Emile Zola.


















