domenica 24 marzo 2013

I miti regressivi della politica - religione

Carl Schmitt (1888 -1985)
Da sempre la politica ha mutuato dalle religioni il linguaggio  e la “visione”.  Gramsci fu fortemente impressionato  dalla religione cattolica, non solo per la sua penetrazione nel territorio con la rete delle parrocchie che in qualche modo il suo partito di massa doveva ricalcare,  ma anche dal  suo irraggiamento  profondo nella  coscienza collettiva, sull’immaginario e l’interiorità delle masse popolari. E anche l’invocazione che egli faceva della cosiddetta “riforma intellettuale e morale”,  mutuata dal teologo spretato Ernest Renan,  aveva risonanze non solo mentali-culturali ma si appellava  a una forma di rinnovamento interiore come quello operato dalla Riforma protestante sulle coscienze. Che la politica sia religione mondanizzata, del resto,  è stato un celebre assunto di  Carl Schmitt da cui è facile  apprendere che essa è pensiero teologico secolarizzato.
Ciò che sorprende oggi  è che dalla caduta delle ideologie ci si poteva attendere, finalmente, un “abbassamento” stilistico dell’immaginario e del frasario politico, un suo definitivo ingresso nella politica tutta cose che agevolmente ci avrebbe introdotti in una stagione riformista, fatta di idee  non più chiuse in quegli involucri totalizzanti che sono le ideologie, ma sciolte e libere, e rese più “operative” dall’unica ideologia accettabile:  quella del  fare .

E invece occorre di corsa riprendere in mano la Teologia politica del pensatore-giurista tedesco e cercare di comprendere che la politica parla ancora quel linguaggio arcaico, pre-logico,  ma l’unico, sembra, ancora capace di trascinare le masse come all’epoca dei profeti o degli apostoli. 

Già Georges Sorel (che tanto potere di seduzione intellettuale ebbe sul giovane Mussolini) aveva applicato  a una semplice  pratica di rivendicazione sociale inventata dagli operai parigini e da Fernand Pelloutier – lo “sciopero generale”,  oggi strumento ritualistico del tutto inerte – un trattamento “estetico” e di forte fascinazione mentale che mutò un gesto come il croiser les bras dei salariati contro il capitale  in un “fascio motore di immagini”,  in un “mito collettivo”.
E oggi anche la  protesta  sulla  realizzazione di una infrastruttura come la TAV ha ormai superato i confini  di una  protesta, stavo per dire “sacrosanta”,  per imboccare proprio la china non più “ideologica” ma proprio “religiosa”  - con implicite risonanze chiliastiche – di certo ecologismo radicale, intransigente, totalizzante, salvifico. Qui non è solo  il reclinarsi amorevole sulle proprie radici e sul volere ancora verde la propria valle, c’è,  sembra, l’attestazione  caparbia di una utopia regressiva, romanticamente anticapitalistica, con forme parossistiche che eccedono la polemica “razionale” sui costi, la  contestazione dell’urgenza o della  necessità di una infrastruttura. Non si sono mai viste le masse muoversi per  ragioni di bilancio. C’è in gioco qualcosa di più, di più grande,  che colpisce i cuori e l’immaginazione.  Se fosse solo una ragione di costi, certo esorbitante, ci si dovrebbe attendere analoghe proteste  per quelli assurdi  delle pensioni di invalidità false che per decenni tutti sanno esserci  stati.
Per non tacere della cultura-voyager del Movimento 5 stelle, quello delle scie chimiche, dei complotti planetari, dei sensazionalismi storici,  dell’ ecologismo intransigente  e semplicistico (ma il loro capo va al Quirinale alla guida di un Suv);  “cultura” che nasconde il rifiuto sistematico della complessità e del pensiero logico-sperimentale e regredisce con il mito, con il “fascio motore di immagini” della decrescita felice, suggerendo un seducente scivolamento  all’indietro lungo il pendio della storia, una sorta di  “rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta” di gozzaniana memoria, ma  per tutti non solo per la Nonna Speranza.

2 commenti:

  1. Per non volare alto si potrebbe dire che per quanto ci si sforzi di parlare al cervello ancora una volta è dimostrato che si possono avere risultati parlando al cuore o alle viscere del popolo elettore. Di per sé non è un'operazione disdicevole, se fatta con onestà. I meccanismi della comunicazione sono complessi e per molti versi sfuggevoli, una cosa è certa: non bastano buoni programmi e persone serie a vincere le elezioni, in fondo è una guerra simulata o sublimata, ove contano altri fattori (astuzia, aggressività, tempestività, dinamismo, ecc.). Consiglierei ai nostri 'capi' la lettura de 'L'arte della guerra' di Sun Tzu (ora a soli 0,99 €), trattato cinese di 2.000 anni orsono, che non può mancare tra le buone letture di un uomo politico o di un manager.

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